Magic in the moonlight – Recensione (Cinema)

Recensione di Ramsis D. Bentivoglio.
Sabato 6 DICEMBRE 2014, Cinedream, Faenza.
Sala notevolmente piena ed eterogenea.
VOTO 4/5

Berlino, 1928. Ling Soo, apparentemente un cinese in Europa, è il più famoso illusionista dell’epoca. Sbalordisce il pubblico con sparizioni di elefanti ed effetti speciali notevoli. Un mago di prim’ordine.
Magic in the Moonlight poster (2014)In realtà Soo è un inglese, di Londra, razionale, cinico e spietato oppositore di chiunque manifesti poteri sovrannaturali, la maggior parte dei quali smaschera senza indugio. Fino a quando un suo collega, amico d’infanzia, gli propone una sfida irrinunciabile, svelare cosa si nasconda dietro i poteri di una ragazza americana che sta spopolando sulla Costa Azzurra, presso facoltosi babbei, pronti a sborsare molti soldi per essere messi in contatto con poteri occulti. Stanley accetta di buon grado, ma quando si trova davanti una ragazzina indifesa, ma ipnotica nella sua bellezza e semplicità, Sophie Baker, ancor di più, mostrando poteri e sapendo leggere nel passato e nel presente di Soo, tutte le sue certezze, le sue incredulità e resistenze cadono sotto i colpi della maestria e dell’amore.
Ma non è tutta magia quella che sbalordisce, c’è qualcosa di più, qualcosa che al chiaro di Luna appare meno sfuocato, meno eccezionale, qualcosa che insospettisce l’illusionista…

Ovviamente non sveliamo niente del finale, ma Allen non è mai banale nelle sue storie, soprattutto se sono su argomenti che reputa superficiali e da non prendere troppo sul serio. Il gioco su cui si basa il regista newyorchese, al 45esimo film, ormai due ogni tre anni nell’ultimo periodo, è quello del mistero e dell’occulto, ma sempre dal punto di vista di chi è scettico e senza mai focalizzare l’attenzione solo su un punto, come farebbe un mago nei confronti del suo pubblico. Quando si crede di aver capito tutto, arriva qualcosa a sparigliare le carte e a trasformare la vicenda. Sophie e Stanley giocano entrambi un ruolo da protagonisti, ognuno a suo modo, ognuno con i propri mezzi. In un periodo storico dove la magia aveva una forte attrattiva in Europa, forse per la recente guerra che aveva stravolto il mondo conosciuto e disilluso molte persone con la fame e la paura, chiunque fosse in grado di dare un po’ di felicità e qualche speranza sulla vita oltre la vita, veniva divinizzato se provava di avere certi poteri. Houdini, il grande illusionista americano, che nel suo tour europeo era diventato una celebrità mondiale, aveva cercato tutta la vita di entrare in contatto con medium seri, senza mai incontrarne uno, ma smascherandoli miseramente, proprio come Stanley/Soo. Houdini, fino alla sua morte combatté una vera e propria crociata contro la credulità bietta che riscontrava in quei vigliacchi che si prendevano gioco di poveri malcapitati, rubando speranze e soldi. Prima di morire incaricò sua moglie di cercare di evocarlo per almeno dieci anni, chiedendole espressamente di farsi dire un segreto che conoscevano solo loro due, ma inutilmente, nessun medium ci riuscì. Dall’altra parte, Conan Doyle, il razionale e geniale inventore di Sherlock Holmes, era un sostenitore convinto dell’occultismo, tanto che dichiarò in pubblico la sua fede in materia, avallando anche l’esistenza delle fate dopo che alcune ragazzine dichiararono di averle fotografate. Ecco il mondo descritto da Allen che però, con la sua solita sagacia e ironia, mostra tutto e dissacra altrettanto. Stanley è il suo elter ego perfetto, cinico, ateo, incredulo che amerebbe tanto essere smentito, ma che forse, neppure Dio stesso, potrebbe fargli cambiare idea, a meno di un innamoramento, ma anche quello sarebbe solo un tentativo emotivo di essere felice per un po’, togliendo quel velo di razionalità ortodossa che dà molte certezze, ma pochi spunti di fantasia e leggerezza. Stanley ha una reputazione da difendere.
Film spassoso, ricco di citazioni, musica classica, da Beethoven a Ravel, con un Colin Firth eccezionale, espressivo e chic come solo gli inglesi sanno essere, sostenuto da una bravissima e candida Emma Stone, apprezzata già in The Help, abile nell’apparire una medium dai grandi poteri, ma con evidenti segreti da celare.
Allen ci dimostra ancora una volta di essere un maestro della commedia mondiale, capace di dissacrare qualsiasi argomento, senza però essere pedante, noioso o banale. La magia è per lui un pretesto per parlare di quello che non gli piace, di poter criticare un mondo troppe volte superficiale nel quale non si riconosce, ma che ha sbocchi di attenzione mediatica notevoli o eccessivi. Come detto da qualcuno di mia conoscenza, che Dio ce lo conservi a lungo!

MAGIC IN THE MOONLIGHT
regia:
Woody Allen
attori: Emma Stone, Colin Firth, Marcia Gay Harden, Jacki Weaver, Hamish Linklater, Eileen Atkins, Erica Leerhsen, Simon McBurney, Antonia Clarke, Jeremy Shamos
genere: Commedia
durata: 98 minuti
produzione: Usa
anno: 2014

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