Lo scrittore smarrito – Progetto Autori

Può talvolta accadere che, nella vita di tutti i giorni, ci sia spazio (per così dire) per il vuoto interiore; dicono gli esperti che quando ciò avviene, cioè che quando il nostro cervello “stacca” e diventa semplicemente un cranio, allora la nostra spugnetta cerebrale ha bisogno di riposo.
Ma se questo vuoto persiste, il vuoto interiore dico, e continua per giorni, mesi e anche anni, allora qualcosa nella psiche non funziona come dovrebbe. Di norma, l’incantamento dovrebbe capitare quando si è stanchi e ci si “incanta”, appunto, a fissare particolari insignificanti che si materializzano e si smaterializzano davanti alla nostra vista offuscata: ma deve durare non più di qualche secondo, e finisce nell’esatto istante in cui il nostro cervello ci impone la sveglia, quando ci rendiamo conto che stavamo fissando inebetiti un particolare qualsiasi.
Proprio di singolarità e vuoto parla questo racconto.
Infatti vorrei parlare di Rinaldo Villa: il problema che lo affliggeva è appunto il persistente vuoto di pensiero. Problema reso ancor più grave dal fatto il signor Villa era uno scrittore, e per di più in rampa di lancio. Era passato ormai un annetto e mezzo buono dal suo “caso” editoriale, il romanzo “Ciliegie verdi”, e l’eco del successo stava inevitabilmente scemando (come anche il conto in banca). Altro fatto di non trascurabile importanza: il Villa aveva avuto davanti al naso dall’anno e mezzo precedente sempre lo stesso foglio. Bianco, bianchissimo. La sua psiche stava inoltre risentendo della sgradevole situazione in cui versava: il sorriso di prima, bello e sincero, ora appariva come un mero dispiegamento di denti e gengive; gli occhi, poi erano mutati da un bellissimo azzurrino chiaro a un grigio slavato. L’espressione che ne traspariva era inoltre quella di un uomo che desiderasse un patibolo. Questa decadenza psicologica era anche accresciuta dai sensi di colpa che lo scrittore provava verso chi gli aveva garantito enorme sostegno e fiducia. Parlo dei familiari, amici, ma soprattutto della sua casa editrice, la Montagnani. Infatti questa piccola impresa, dopo il primo successo, si era sentita in dovere di ripagare adeguatamente le richieste dell’uomo-da mezzo-milione-di-copie-vendute nella prima settimana dall’uscita del romanzo: su richiesta di quest’ultimo, aveva infatti liberato e ammobiliato un ufficio (all’interno dell’edificio stesso della casa editrice) seguendo le indicazioni di Villa. Mobilie in legno di pino, scrittoio e stanza rivolti verso le montagne, senza PC o Mac che fosse, con un pianoforte, un piccolo frigo-bar, e una sedia HI-TECH provvista di tutti gli optional (aveva perfino una pulsantiera elettronica incorporata), con braccioli, schienale alto e reclinabile, semovente, ecc. ecc. Non avevano, insomma, badato a spese nel realizzare un luogo, un riparo che sarebbe dovuto essere felice, immerso nel quale, l’autore di “Ciliegie verdi”, non potesse essere nel pieno del suo agio letterario.sedia dello scrittore smarrito
Difatto, l’orgoglioso e caparbio Rinaldo Villa si dirigeva ogni mattina nel magnifico ufficio, e più che per andare a scrivere realmente qualcosa, andava per non vanificare completamente gli sforzi della casa editrice, per essere dunque riconoscente nei loro confronti per l’investimento compiuto in suo favore. Salutati mestamente gli altri lavoranti dell’ala di edificio nella quale pure lui “lavorava”, Villa si avviava come sempre al suo luogo di nulla: nulla era infatti la sua produzione, né scritta, né battuta a macchina. La cosa che più infastidiva lo scrittore, era che fino all’istante prima di sedersi sul trono (così chiamava infatti la costosa e tecnologica sedia) le idee abbondavano nella sua testa, ma non appena si sedeva, trovandosi di fronte il foglio bianco, l’ispirazione veniva meno con una rapidità inspiegabile: i personaggi diventavano inconsistenti ed infantili; l’ambientazione non era per nulla originale; la vicenda era così complessa da sembrare più che altro un attentato alla sanità mentale di un lettore di media intelligenza; costruite proposizioni subivano un’oscena metamorfosi, degenerando in banali frasi, sconnesse e senza senso: il finale, infine, era assolutamente scialbo. L’autore, fatte tutte queste considerazioni, non faceva che inclinare a suo piacimento la costosa sedia che le sue terga stavano scaldando, girando al contempo a casaccio all’interno della sala. E intanto, la sua genialità era sempre più sterile e la biro sempre più secca. Un giorno, però, accadde l’inaspettato. Arrivò una comunicazione del comune secondo la quale la via della Montagnani sarebbe stata invasa l’indomani dai cantonieri per urgenti lavori e il rumore avrebbe impedito a chiunque la concentrazione, figurarsi a Villa. La Montagnani pertanto chiuse l’edificio, concedendo a tutti una inattesa e spensierata giornata di libertà. Il nostro eroe pensò bene, dunque, di adoperare la cameretta della figlia come temporaneo studiòlo dove tentare di comporre qualcosa, in virtù del fatto che l’abitazione dello scrittore era piccola e non disponeva di un luogo più adeguato di quello dove poter scrivere. La figlia era oltretutto partita in gita scolastica, pertanto non avrebbe dovuto sorbirsi le lamentele filiali: grazie a questa clamorosa congiunzione astrale, Villa si impadronì della cameretta della figlia, piena di odori e caos. Bisogna aggiungere che inoltre la stanza aveva le finestre rivolte verso il trambusto cittadino, e ciò non giovava eccessivamente ai nervi già fragili dell’autore.
Infatti, la mattina in cui la casa editrice era chiusa, Villa entrò nella stanza senza uno straccio di idea in testa. Zero. Ma non appena si riaccomodò sulla seggiola di legno, tornò a mettere il nero sul bianco. Finalmente capì cosa gli era tanto mancato in quell’anno e mezzo di oziosa inattività. Piangendo dalla gioia per essere tornato all’antica postura del corpo, chiamò la figlia.
“Ciao Melissa! Come va, tesoro? Sono papà!”
“Ciao, papo! Guarda che ho visto chi eri, dal telefono… Vabbè, comunque bene, dai. La gita sta andando bene, dai, cioè, sì coi compagni a posto, la Sicilia è bellissima, solo i prof che ci stanno rompendo un po’…”
“Eh, già, il ruolo dell’educatore non è facile, comunque ho da proporti uno scambio: per la tua cameretta, che ne diresti della mia sedia hi-tech in cambio della sedia che ti avevo regalato che usavo prima io?”

Alessandro Brighenti

Tutti i diritti riguardo al testo “Lo scrittore smarrito” di Alessandro Brighenti sono riservati.
Tutti i diritti riguardo l’illustrazione di Martina Felici sono riservati.

Annunci

2 thoughts on “Lo scrittore smarrito – Progetto Autori

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...