Una fiaba nera – Progetto Autori

Presso il bosco delle querce rosse, in una baita di tronchi di quercia, viveva la famiglia Oaks composta dalla mamma, scultrice di statue, dal babbo, ovviamente falegname, e dal loro figlio di undici anni Gimmy.
Pur non avendo agi e ricchezze erano felici.

Una fiaba neraQuando non andava a scuola, per le vacanze di Natale o Pasqua, Gimmy accompagnava suo padre in giro per la foresta a raccogliere tronchi e rami secchi da poter lavorare con lo scalpellino o da bruciare nel grande camino della sala da pranzo.
Con i tronchi e i rami migliori si creavano sedie, tavoli, comò, scrivanie e mensole per la cucina, mentre la mamma creava piccole statuine con i pezzi più piccoli, ma non meno preziosi. Era, infatti, dagli scarti, diceva sua madre, che nascevano le opere migliori.
A Gimmy piaceva pensare, come gli aveva sempre raccontato sua mamma, che le piccole immagini aspettassero solo di essere liberate dal legno in eccesso e quando Gimmy trovava un pezzo di legno che gli ispirava un personaggio da intagliare, correva subito da sua madre e la pregava di liberarlo dalla gabbia che lo nascondeva alla luce.
Ad alcune piccole statuine aveva anche fatto indossare pezzi di stoffa per farne degli abiti e, come un piccolo esercito, li aveva disposti sulla mensola sopra il suo letto perché lo sorvegliassero durante il sonno. Troneggiava un grazioso cacciatore con il fucile in spalla, un cucciolo di orso in attesa del ritorno della madre, un cercatore di funghi col cestello in mano, un ranger in pattuglia, un guardaboschi, uno spaventapasseri che non faceva paura affatto e, infine, un bambino appena abbozzato in un ceppo di legno ancora da liberare.
Questo era l’unico senza pezzetti di stoffa. Era ancora informe, ma forse Gimmy era quello che amava di più. Si riconosceva ogni volta che lo guardava. Quando era triste per una sgridata o per un brutto voto a scuola o per una litigata dei genitori, Gimmy prendeva in mano il “mezzo bambino”, così lo aveva chiamato, e lo guardava a lungo come se fissandolo avesse potuto liberarsi della tristezza.
Anche quell’anno era giunta l’estate, ma a differenza degli anni passati, Gimmy non sarebbe andato in gita con i compagni di scuola per la mancanza di soldi. L’annata passata era stata talmente fredda e nevosa che la legna che era servita ai suoi genitori per produrre statue e mobili non era stata sufficiente a pagare le spese di sopravvivenza. Il congelamento e la morte prematura di molti alberi aveva consegnato legna marcia e fradicia d’acqua. Quel minimo che avevano guadagnato era servito al solo cibo e a poco altro.
Anche se Gimmy era ancora troppo piccolo per capire i meccanismi dell’economia, aveva compreso le difficoltà affrontate dai suoi genitori per superare quei momenti. Spesse volte, quell’anno, si era rifugiato in camera sua a giocare con le sue statuine per superare la tristezza di sentire i suoi genitori discutere di cose che non capiva. Ora che gli avevano spiegato le ragioni delle liti, confermandogli che gli volevano bene ugualmente, era infatti questo che Gimmy temeva, era tornato sorridente.
Con più tempo libero, senza compiti o lezioni noiose, aiutava più frequentemente il babbo con la legna e sua mamma con le piccole statue da scolpire. Quando per qualche giorno suo padre dovette restare a letto, Gimmy fu incaricato di cercare nel bosco, attorno casa, alcuni rami per il camino e delle ghiande per i maiali acquistati con gran fatica durante l’inverno appena passato.
Gimmy sapeva che era una grande responsabilità e che la fiducia riposta nelle sue capacità era molto importante per la sua famiglia. Con gioia ed entusiasmo si era incamminato nel lussureggiante querceto con un fagotto di tela con dentro un po’ di formaggio e un pezzo di pane e un cesto di vimini sulle spalle.
Subito aveva perso di vista casa sua, ma ormai sapeva orientarsi da solo.
Nei suoi passi era accompagnato dai canti degli uccellini, anche se uno in particolare sovrastava tutti gli altri: quello del cardinale. Non sostando mai troppo a lungo su uno stesso ramo o albero sembrava seguire passo a passo Gimmy.
Ormai lo conosceva bene anche se lo aveva visto poche volte. Era, infatti, rosso come il fuoco, con una bella cresta e piume lunghe sulla coda. Infine aveva quattro diversi tipi di gorgheggi che lo contraddistinguevano da tutti gli altri uccelli.
Con quel concerto di ugole, Gimmy avanzava sicuro tra alberi giganti e cespugli fitti di rovi e bacche.
Era già un po’ che camminava così decise di fare una sosta sedendosi su un ceppo di un vecchio albero abbattuto da un fulmine, proprio accanto ad un piccolo fiumiciattolo, a mezz’ora di cammino da casa.
Posò il fagotto per terra, sfilò il pane e il formaggio e, dando un morso prima ad uno poi all’altro, fece colazione. Finito lo spuntino tornò a camminare, riuscendo a trovare quello che gli era stato chiesto. Una gran quantità di ghiande e molti rami secchi.
Il sole stava scendendo lentamente a ponente, come insegnatogli da suo padre e come indicavano le ombre lunghe sul terreno muschiato.
Prima di rincasare si riposò ancora e si sedette accanto ad un altro tronco tagliato a circa un metro e mezzo da terra, quasi quanto lui. Slacciò lo “zaino” e appoggiò la schiena al tronco.
Appena seduto sentì una voce chiedergli di non affaticarlo.
Gimmy balzò in piedi spaventato, ma…
“Ti prego, non volevo farti paura, ma se ti appoggi a me soffro”.
Gimmy girò attorno al tronco e dall’altra parte vide il viso di un bambino molto simile a lui, che lo guardava dal legno. Gimmy rimase qualche istante senza parole poi chiese scusa.
“Ma tu parli? Come è possibile?”.
“Io cerco di parlare con tutti da molto tempo, da quando sono stato trasformato per punizione, ma nessuno mi vede o mi sente. Tutti credono che questo albero sia stato tagliato, ma invece sono solo io che ne ho preso la forma. Tu sei il primo, devi avere un animo puro e innocente”.
Gimmy lo guardava con meraviglia, ma anche tenerezza, dopo che era venuto a conoscenza del suo sfortunato destino.
“Ma chi ti ha fatto questo? È stato molto crudele…” disse ingenuamente Gimmy mentre gli si era accovacciato davanti per vederlo meglio.
“È stata una vecchia strega che viveva qua molti decenni fa. Secondo lei le feci uno sgarbo e così mi maledisse in questa forma lignea”.
“Da quanto tempo sei così?”.
“Non ricordo più ormai, ho visto tante di quelle primavere, estati lussureggianti, inverni rigidi e nevosi che ho perso il conto. In che anno siamo?” chiese il “mezzo bambino” di legno. Gimmy glielo disse e il suo viso si rattristò ancor di più.
“E non hai nessuno con cui giocare o parlare?” chiese ancora ingenuamente Gimmy.
“Nessuno mi vede, solo gli animali che vivono nella foresta, ma non mi considerano uno di loro. Non ho amici io” e da quelli che potevano sembrare occhi sgorgò una resina simile alle lacrime che si solidificò quasi subito lungo le gote.
Gimmy divenne pensieroso e poi con un largo sorriso sulle labbra gli disse.
“Allora, se vuoi, posso essere io tuo amico. Verrò tutti i giorni qui e ti terrò compagnia, parleremo e rideremo e ti racconterò il mondo di oggi. Non ti lascerò più al tuo destino tutto solo”. A quelle parole anche il ragazzino del tronco sorrise, prima solo un po’, poi con tutta la bocca che si allargò, sembrò a Gimmy, fino a quelle che erano apparentemente orecchie.
“Dici sul serio? Non mi lascerai mai?”.
“Mai” anche se per Gimmy la parola Mai non aveva il significato che intendeva il ragazzo appena conosciuto. Ma il povero Gimmy aveva tutta l’ingenuità del fanciullo ancora inesperto del mondo e delle sue insidie. La sua generosità era sincera.
“È deciso allora, da domani verrò sempre e parleremo fino alla noia e giocheremo”.
“Ci conto. Una cosa però, non devi dire a nessuno che mi hai visto. Nessuno ti crederebbe e forse ti impedirebbero di tornare ancora” disse l’altro seriamente, ma incapace di trattenere l’euforia della novità.
“Non preoccuparti, sarò muto come un pesce pescato. A presto” esclamò Gimmy mentre riprendeva il viaggio per casa.
Quella sera la sua felicità sprizzava da tutti i pori, ma inventò una bugia per non tradire il nuovo “amico”.
Andando a letto guardò le sue statuine e riconobbe nel “mezzo bambino” intagliato da sua madre quello nel bosco. La somiglianza era incredibile, ma credette solo ad una bellissima coincidenza.
Andò a letto radioso di felicità che gli impedì per un po’ di addormentarsi. Non vedeva l’ora che arrivasse la mattina per poter incontrare nuovamente il ragazzo.
Con la scusa di andare a cogliere altre ghiande e qualche frutto di bosco per la torta che la mamma stava preparando, Gimmy corse nuovamente dal bambino conosciuto neanche un giorno prima e lo salutò con entusiasmo.
Le ore volarono e a mezzogiorno, con il sole a picco sulla foresta, Gimmy dovette far ritorno a casa portando la frutta colta dai cespugli lungo il cammino. Gli promise di tornare il giorno dopo. Lungo la via del ritorno la sua felicità era alle stelle.
Aveva tutta l’estate per conoscerlo e diventare il suo migliore ed unico amico.
Per quasi una settimana riuscì a frequentare il ragazzino dell’albero senza dire niente ai suoi, ma poi dovette motivare le sue gite giornaliere e la sua grande gioia.
“Mamma, ho promesso che non l’avrei tradito”.
“Chi non avresti tradito?”.
“Nessuno, non posso dirlo”.
“Non mi dire bugie, chi è che incontri nelle tue passeggiate? È un uomo, una donna, una bambina, più bambini… dimmi” la voce della madre sembrava allarmata e Gimmy se ne era accorto.
Anche il babbo premeva perché parlasse.
“Non vi arrabbiate se ve lo dico?, ma dovete promettere di non dirlo a nessuno…”.
“Certo, ora parla”.
“Promettete, dovete dirlo”.
“Sì, promettiamo. Allora?” erano evidentemente preoccupati che qualcuno potesse, con cattive intenzioni, raggirare la fiducia del loro Gimmy.
“È un bambino, ma è speciale e sfortunato”, e a quelle parole i genitori si tranquillizzarono.
“Perché, cosa ha fatto?” chiesero.
“A causa di una strega cattiva” e a queste parole i genitori sorrisero compiaciuti “è stato trasformato in un ceppo d’albero. Papà, hai presente quel grande tronco vicino al fiume? È quello, ma nessuno che non sia puro di cuore lo può vedere. Dice che io sia il solo che lo vede e lo sente parlare. Siamo diventati grandi amici”.
I genitori erano visibilmente sollevati e il sorriso era tornato sulle loro labbra.
“Ma certo, povero bimbo. Quanti anni ha?” credendo di chiedere una cosa ovvia.
“Più di cento” disse ingenuamente Gimmy.
Ci fu una risata di complicità e Gimmy si rattristò.
“Me l’aveva detto che non mi avreste creduto, ecco…” e corse via.
Quando sua madre lo raggiunse lo prese tra le braccia e lo coccolò un po’.
“Non volevamo ridere, ma hai sempre mostrato gran fantasia. Tuttavia puoi andare a trovarlo quando vuoi. Eravamo preoccupati perché in questa foresta sono scomparsi molti bambini e non sono stati più trovati. Volevamo essere sicuri che non fosse qualche malintenzionato, capisci?”.
“Sì, anche se so che non mi credete, ma quando andrò con babbo per legna glielo mostrerò”.
“Certo, così lo conoscerà anche lui, ne sarà felice…”.
La mattina seguente tornò dal “mezzo bambino” ma questo, vedendolo triste, gli chiese il motivo di quella faccia.
“No, è che i miei genitori non credono che tu esista. Ho spiegato loro la tua storia, ma hanno riso”.
“Ti avevo detto di non dire niente di me, sono deluso”.
“Perdonami, ma non riuscivo più a trattenere la gioia di avere un nuovo amico e, vedendomi allegro, mi hanno chiesto la ragione e gliel’ho detto”.
“Va bene, so che sei mio amico, sei scusato”.
“Ho detto anche che ti farò vedere a mio padre, un giorno…”.
“Non mi vedrà”.
“Ma è una brava persona, ha il cuore puro”.
“Nessun adulto è puro fino in fondo. Dopo quello che ti ho raccontato su quella strega che mi ha trasformato così, non hai imparato nulla?”.
“Mio padre è diverso, te lo dimostrerò”.
“Non contarci, sono tutti uguali…”
Qualche giorno dopo Gimmy ebbe l’occasione per smentire le parole del bambino di legno e di uscire con suo padre. Durante il percorso gli descrisse il magico amico, dicendogli anche che avrebbe potuto vedere le lacrime che al primo incontro avuto con lui gli erano sgorgate dagli occhi, poi solidificate. Nei pressi del fiumiciattolo Gimmy identificò l’amico e gli corse davanti per presentargli il babbo, ma vide soltanto alcuni nodi e vene tipiche del legno secco. Quando arrivò anche suo padre evitò di deludere il figlio già visibilmente triste.
Cercò di consolarlo. Gimmy gli fece notare soprattutto le lacrime solide da sotto quelli che sembravano occhi, ma che per il babbo erano solo nodi e incavi del tronco casualmente simili a orbite oculari.
Gimmy cercò di chiamare l’amico ma non ci fu risposta.
“Non ho sognato” disse piagnucolando al babbo che di risposta lo abbracciò a sé.
“Dice che chi non è puro di cuore non lo può vedere né sentire, in particolare gli adulti non lo sono”.
“Non preoccuparti, sarà per un’altra volta. Magari è timido o sta dormendo”.
“Non mi credi” disse Gimmy allontanandosi rapidamente dalla sua stretta.
“Non fare così. Non c’è niente di male ad avere fantasia. Però le lacrime che dicevi ci sono, possono essere una prova…” ma era evidente che cercava di assecondarlo per non infierire sulla delusione evidente.
In silenzio e con il capo chino Gimmy tornò a casa, triste come non mai.
Mancò all’appuntamento con il suo amico per qualche settimana, ma non sopportò di non vederlo.
Quando ci tornò era tutto normale.
“Perché non mi hai risposto l’ultima volta?”.
“Non potevo rivelarmi, tuo padre non era e non è puro di cuore”.
“Ma perché a me no?”.
“Mi spiace, non volevo rischiare. Ho avuto paura di aver ferito la nostra amicizia quando non ti ho visto più, mi sei mancato”.
Gimmy ci pensò un attimo, ma poi mentì dicendo che aveva dovuto aiutare babbo con il lavoro.
“Non preoccuparti. Non eri tu il problema. Ora che l’autunno si avvicina, però, farò fatica a venire spesso da te. Inizia la scuola e le giornate si fanno più corte e i lupi cercano cibo”.
“Lo so, spesso passano di qui e si spaventano vedendomi, non capiscono cosa sia. Mi basta che vieni almeno una volta a settimana. Mi piace parlare con te”. E così decisero.
Verso metà settembre il “mezzo bambino” chiese un favore a Gimmy.
“Puoi venire all’equinozio, fra sette giorni, all’alba? Ho scoperto un modo, forse, per tornare alla mia forma originale. La strega mi maledisse, ma aggiunse che se avessi trovato un amico sincero e leale avrei potuto tornare come prima. Ovviamente lei non ci contava affatto, infatti dicendolo, rideva sghignazzando”.
“Certo che siamo amici, se posso guarirti lo faccio volentieri”.
“Non basta però la tua parola, dovrai fare un rito con me”.
“Tutto quello che vuoi”.
“Riuscirai ad evitare i tuoi genitori?, loro non devono sapere nulla, sennò non funzionerà”.
“Dirò che andrò a scuola prima”.
“Ti ringrazio, allora, amico”.
“Amico del cuore” aggiunse Gimmy entusiasta.
Si diedero appuntamento, come stabilito, dopo sette giorni, alle cinque del mattino.
La felicità di Gimmy tornò ad essere evidente come la luce del sole, ma i suoi genitori l’attribuirono all’amicizia molto stretta con quel “bambino” immaginario, secondo loro, e così non chiesero e non sospettarono nulla.
Il giorno previsto, anche se le strade erano coperte di qualche decina di centimetri di neve, Gimmy riuscì ad uscire di casa mezz’ora prima delle cinque senza farsi vedere né sentire e si diresse dall’amico per essere lì entro l’alba.
Giunto sul posto salutò quello che da lì a poco sarebbe diventato un bambino in carne ed ossa come lui. Gli scese qualche lacrima e il “mezzo bambino” lo ringraziò della puntualità e della fiducia.
Quando i primi raggi lambirono il ceppo della quercia il rito iniziò, ma Gimmy non sapeva cosa gli sarebbe costato. Il suo cuore puro e ingenuo lo rendeva vulnerabile alla magia che stava per avvenire.
I genitori, quel pomeriggio, quando non lo videro arrivare come al solito, si preoccuparono sperando che fosse ancora a scuola. Giunto l’imbrunire si disperarono e corsero nel paese vicino chiedendo se l’avessero visto, anche ai suoi amici di classe, ma nessuno aveva sue notizie fin dal giorno precedente. Non era, infatti, andato a scuola quel giorno.
Le eventuali orme che potevano segnalare il suo percorso erano state coperte dalla nevicata pomeridiana, così decisero di perlustrare il bosco, anche con l’aiuto dei compaesani, sperando di trovarlo là.
I genitori si diressero per una via più lunga verso il fiume, cercando anche nel luogo del mezzo tronco che Gimmy considerava un bambino come lui. Il ceppo svettava dal mezzo metro di neve come un faro sulla costa, ma di Gimmy non c’era traccia. Sua mamma vide però il suo zaino e corse a prenderlo. Il babbo guardò il tronco e con disperazione cadde sulla neve balbettando qualcosa alla moglie.
Nel tronco erano incisi i lineamenti perfetti di Gimmy con gli occhi e la bocca aperti quasi per chiedere aiuto. Sua madre lo chiamò per nome, accarezzò la sua forma e rimase a fissarlo.
Seduti nella neve, i genitori si abbracciarono e si disperarono di non aver voluto credere ai racconti del figlio.
Quando si alzarono, con fatica, notarono delle orme molto piccole, come quelle di un bambino, che si dirigevano a larghe falcate verso il corso d’acqua lì vicino. Incredibilmente si erano mantenute impresse nella neve fresca, come fossero state lasciate da poco.
Forse la storia del “bambino di legno” non era solo frutto della fantasia.
Di Gimmy non si ebbero più notizie e così anche lui andò ad aggiungersi agli altri bambini scomparsi nel bosco delle querce.
L’intero paese credette che fosse affogato nel fiume e portato via dalla corrente impetuosa di quei giorni, le orme sembravano confermare quell’ipotesi, ma i suoi genitori sapevano che non era così.
Non avevano prove per sostenere che fosse imprigionato in quel maledetto tronco, ma quello che avevano visto confermava quell’idea folle. Per il resto della loro vita posero fiori presso il ceppo con le sue sembianze; gli portarono anche le statuine che collezionava sopra la mensola del letto e in particolare quella di un piccolo bambino informe che emergeva a fatica dal legno non ancora lavorato, proprio quello preferito da Gimmy.

Ramsis Deif Bentivoglio

Tutti i diritti riguardo al testo “Una fiaba nera” di Ramsis D. Bentivoglio sono riservati.
L’illustrazione è rilasciata sotto licenza CC BY SA 3.0

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