L’evoluzione – Progetto Autori

Quella mattina i meteorologi si erano dovuti profondere in grossi sforzi per evitare che l’alba fosse fosca e cupa, ma infine erano riusciti a scacciare le grosse nubi nerastre che minacciavano di demoralizzare gli Addetti (o esseri umani, se preferite).
Non c’era niente da dire: la scienza aveva fatto passi da gigante, nell’ultimo mezzo millennio. Si era partiti da inutili macroprocessori a codice binario, passando per obsoleti PC e giungendo infine a ridicole nano-sonde… Ma ora, grazie ad un ramificato ed efficiente sistema di robot spaziali, l’uomo aveva acquisito l’inimmaginabile (fino a due secoli fa) potere di controllare e modificare a suo piacimento gli agenti atmosferici. La zona degli Appennini stava soffrendo per eccessive nevicate? Era sufficiente ordinare ai robot spaziali di soffiare via le nuvole da un’altra parte, magari dove i tuareg del deserto avevano sete! E zam! Ecco che i nembi, come per magia, esondavano la tanto sospirata acqua sul sabbioso deserto. Ormai il mondo si appoggiava interamente all’operato dei robot, che avevano funzioni universali: incluso l’assemblaggio e la riparazione di nuovi robot. Di fatto, era dal 2284 che nessun uomo era più in grado di produrre un robot così sofisticato, giacchè non ce n’era bisogno; come ho già ricordato poco sopra, ogni robot ne produceva altri, secondo ordini che ricevevano dai loro programmatori originari: gli esseri umani appunto, chiamati quindi Addetti. Tra le altre cose, i robot in questione non erano quelli meccanici come voleva l’immaginario collettivo dei secoli XX, XXI e XXII: bensì erano digitalizzati. Mi spiego meglio. Questi robot esistevano nei chip neurali di un grandissimo macro-processore e si “attaccavano”, come si faceva nell’antichità, alla corrente elettrica; non erano presenze tangibili; erano dati che creavano dati, sostanza non pensante e ubbidiente che creava sostanza anch’essa non pensante e ubbidiente. E’ oltremodo curioso che l’Evoluzione passasse attraverso il sostentamento di un grande macchinario antico come la Mente, il gigantesco micro-processore che continuava a pompare dati elettronici ai robot. Non c’era più bisogno di essere poeti o filosofi: era bastevole indicare ai robot malfunzionanti di auto-ripararsi, tramite l’ICP (Installazione Cerebrale Primaria), il più moderno ed efficiente Brain Assistant, che consentiva al cervello degli umani (l’ICP veniva installato a tutti dalla nascita) di avere la sua parte digitalizzata in grado di comunicare direttamente coi robot.

Ma la sorte decise di tirare un brutto scherzo ai bipedi più “evoluti”: un giorno, la colossale centrale idroelettrica che forniva l’elettricità alla Mente, si arrestò. Nessuno poteva più impartire ordini ai robot, in quanto erano stranamente scomparsi! Alcuni esseri umani, malgrado tutto, riuscirono (dopo molte ore) a creare una squadra di “esperti”, che dopo molti mesi (nessuno sapeva piu guidare le automobili!), riuscì ad arrivare alla centrale idroelettrica, nel tentativo di rimetterla in funzione. Costoro, una volta giunti faticosamente alla centrale, non sapevano come comportarsi: come riusciremo a passare attraverso queste grosse porte fatte di metallo? Senza robot, non saprei, si dicevano l’un l’altro. Solo il caso volle che uno di loro si appoggiasse fortuitamente, spossato per le fatiche del lungo viaggio, alla maniglia del portone d’ingresso, aprendola come per magia: la porta che consentiva il tanto sospirato accesso all’imponente e silenziosa struttura, si era attivata. In qualche modo, il tanto sospirato luogo aveva deciso di mostrare agli esploratori i suoi recessi e i suoi segreti, quasi come se fosse un mondo inesplorato, ma allo stesso tempo, carico di significati e di speranze. La compagnia di esperti, guadagnata l’entrata, dovette fare i conti col buio della struttura, cui non potevano porre rimedio. Nessuno di loro pensò di aspettare al buio per adattare gli occhi alla pur debole fonte di luce esterna, che filtrava dall’accesso dal quale erano entrati; inoltre, constatata anche l’incapacità collettiva di aprire una finestra, il gruppo di persone (erano circa una dozzina), si avventurò nel buio, rompendo il silenzio tombale che regnava da secoli all’interno della centrale. Acri odori preesistenti si mescolavano a quelli emessi dai corpi sudati degli uomini, che ora andavano avanti a tentoni, disperati e oppressi da mille angosce che il buio aveva riacceso in loro. C’era chi piangeva. C’era chi, talvolta, urlava perchè aveva urtato un ostacolo. C’era chi non ce la fece. Infatti, la squadra riuscì incredibilmente a raggiungere una stanza che aveva come tetto un vetro: fuori era ancora pomeriggio, e la luce, dopo averli accecati temporaneamente, riprese, benevola, ad irradiare la stanza.

evoluzione imgNon si riusciva bene a capire che cosa fosse quella stanza, né a stabilirne l’esatta collocazione all’interno della grande centrale. Ma c’era la luce. Tutti si abbracciarono contenti dell’impresa, ma ben presto si accorsero, appunto, di essere in cinque, e non in dodici, come in partenza. Si guardarono attoniti. Riaprirono la porta dalla quale erano venuti, per fare (ora sì!) in modo che la luce si espandesse nei meandri della stanza adiacente. Non videro i compagni dispersi, e nessuno di loro voleva riaffrontare il buio. Nessuno si azzardò a chiamarli. Richiusero la porta. Non pensarono più ai loro compagni dispersi, ma all’obiettivo, il vero obiettivo: ripristinare l’energia elettrica per tornare alla normalità. Sapevano di avere poco tempo per salvare l’umanità dalla sua fine: già prima di partire c’era grave penuria di cibo. Ma nelle difficoltà emergono gli uomini veri. E difatti trovarono ciò che cercavano: in un punto poco visibile del muro della stanza, erano incise, appena leggibili, testuali parole:

“IN CASO DI EMERGENZE, CONTATTARE IL RESPONSABILE. IN CASO DI ARRESTO COMPLETO DELLA CENTRALE, CONTATTARE LA MANUTENZIONE. SE QUEST’OPERAZIONE VI E’ IMPEDITA, TENTATE IL RIPRISTINO DELLE FUNZIONI DELLA CENTRALE. CIO’ SARA’ POSSIBILE SEGUENDO LE ISTRUZIONI DELL’APPOSITO LIBRO.

GRAZIE DELLA COLLABORAZIONE. IL DIRETTORE.

Le manifestazioni di gioia incontrollata che scaturirono dal piccolo gruppo di persone, furono immense. Si abbracciavano pazzi di un’assurda felicità. Tutte le fatiche, le privazioni, le perdite, erano dimenticate del tutto! Poi uno di loro si fermò, a bocca aperta. Gli altri, lentamente, si sciolsero dal loro abbraccio e lo guardarono, meno festanti. Gli chiesero se ci fosse qualcosa che non andasse. Lui rispose di sì. Gli chiesero cosa fosse. Lui rispose, senza più anima: “Ma che cos’è un libro?”

Alessandro Brighenti

Tutti i diritti riguardo al testo “L’evoluzione” di Alessandro Brighenti sono riservati.
Tutti i diritti riguardo l’illustrazione di Martina Felici sono riservati.

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